Sotto il fondo del Pacifico si nasconde un vulcano più grande del Mauna Loa

Il più grande vulcano singolo della Terra non assomiglia affatto a un vulcano

Per anni, le profondità oceaniche hanno celato agli scienziati una struttura colossale capace di rivoluzionare la nostra comprensione della geologia terrestre. Il Tamu Massif copre un’area paragonabile all’intero stato del New Mexico, eppure per lungo tempo nessuno aveva idea che si trattasse di un unico vulcano.

Su un’isolata pianura sottomarina, a oltre mille miglia a est del Giappone, giace una formazione gigantesca che per decenni è passata per un insieme di montagne separate. Oggi i ricercatori dimostrano che si tratta di un’unica struttura integrata: il più grande vulcano conosciuto sull’intero pianeta.

Per i geologi è una prova schiacciante che non siamo di fronte a un campo vulcanico composto da molteplici centri eruttivi distinti, bensì a un imponente sistema a scudo unitario. Un’eruzione magmatica così massiccia, seppur relativamente breve, proveniente dalle profondità del mantello terrestre offre agli studiosi una rara occasione per capire come un singolo evento estremo possa trasformare interi tratti del fondale oceanico.

Parte dello Shatsky Rise, a lungo ignorata

Il Tamu Massif fa parte del rilievo sottomarino noto come Shatsky Rise. Per molto tempo i ricercatori osservavano sulle mappe tre elevazioni distinte, considerandole strutture indipendenti. Nessuna aveva nemmeno un nome ufficiale: gli scienziati le chiamavano scherzosamente “quella a sinistra”, “quella a destra” e “la più grande”.

La svolta arrivò quando un team guidato dal geofisico dr. William Sager dell’Università di Houston analizzò dati sismici ad alta risoluzione. I riflessi delle onde sonore che attraversavano le rocce rivelarono qualcosa che le normali mappe batimetriche non possono mostrare: colate laviche continue che collegano le tre “colline” in un’unica struttura coerente.

Il Tamu Massif copre una superficie di circa 310.000 chilometri quadrati, paragonabile all’intero stato del New Mexico. Nessun altro vulcano conosciuto sulla Terra si avvicina a tali dimensioni. Per fare un confronto, il Mauna Loa delle Hawaii, fino a poco tempo fa considerato il più grande vulcano attivo del pianeta, è circa sessanta volte più piccolo.

Nascosto a due chilometri sotto la superficie del mare

Il Tamu Massif non assomiglia al classico cono ripido che immaginiamo guardando le Hawaii o l’Etna. È una cupola vastissima e quasi piatta, con pendii così graduali che, stando sopra di essi, sarebbe quasi impossibile capire in quale direzione scenda il terreno.

L’intera struttura è così profonda che persino le onde marine più alte non rappresentano che un sottile strato sopra il suo punto più elevato. Il contrasto è sorprendente: mentre la maggior parte dei vulcani conosciuti emerge sopra la superficie del mare o si innalza bruscamente dal fondale, il Tamu Massif si estende come un immenso tappeto piatto di rocce basaltiche.

La pendenza graduale non è casuale. I vulcani a scudo si formano da lave basaltiche molto fluide che si diffondono su grandi distanze prima di solidificarsi. Il risultato è una formazione che ricorda più una lunga e lenta salita che la tradizionale idea di una montagna. Lo stesso principio vale per il Mauna Loa, ma nel caso del Tamu Massif la quantità di magma fuoriuscita da un’unica sorgente dominante era di gran lunga superiore.

Un vulcano che gareggia con i giganti di Marte

Le dimensioni del Tamu Massif superano così nettamente le forme vulcaniche tipicamente terrestri che i ricercatori lo paragonano non tanto ad altri vulcani della Terra, quanto all’Olympus Mons su Marte, il più grande vulcano conosciuto nel sistema solare, quasi tre volte più alto del Monte Everest.

Dal punto di vista geologico il confronto ha senso, poiché entrambe le formazioni condividono numerose caratteristiche:

  • Un’enorme superficie coperta da un singolo vulcano a scudo
  • Pendii graduali che ricordano più una lunga salita che una montagna vera e propria
  • Formazione da enormi quantità di magma fuoriuscite da un’unica sorgente dominante
  • Assenza di un cratere centrale ben definito
  • Lunghe colate laviche estese per decine o centinaia di migliaia di chilometri
  • Un periodo relativamente breve di intensa attività seguito da una lunga quiescenza

Secondo la datazione delle rocce, il Tamu Massif si è formato circa 145 milioni di anni fa, nel primo Cretaceo. Nella scala dei tempi geologici fu un episodio relativamente rapido: il gigante “si alzò” in un arco di tempo tutto sommato breve, dopodiché l’attività magmatica nella zona si esaurì velocemente.

Un’eruzione magmatica così potente ma di breve durata, proveniente dal mantello profondo della Terra, offre agli scienziati una rara opportunità per osservare come un singolo evento estremo possa trasformare intere distese del fondale oceanico. Le grandi colate basaltiche continentali lasciano normalmente vasti mantelli di roccia e sono associate a cambiamenti climatici globali, persino a estinzioni di massa.

Perché il Tamu Massif è rimasto così a lungo nell’ombra

Potrebbe sembrare sorprendente che il più grande vulcano del pianeta abbia fatto la sua comparsa sulle riviste scientifiche solo di recente. Ma è la logica conseguenza di più fattori che si sono sommati nel tempo.

Il territorio in cui si trova il Tamu Massif è il Pacifico profondo, un’area che richiede infrastrutture costose e complesse per essere esplorata. Ogni spedizione di ricerca comporta settimane di navigazione e l’utilizzo di navi specializzate dotate di sonar, strumentazione sismica e la capacità di calare sensori a diversi chilometri di profondità. Una logistica del genere costa milioni di dollari e richiede cooperazione internazionale.

Anche la forma stessa del vulcano ha contribuito agli errori di interpretazione. Il Tamu Massif è così piatto che sulle prime mappe sembrava una serie di lievi rigonfiamenti sul fondale, separati da depressioni insignificanti. Quei dati si prestavano facilmente a essere letti come più centri eruttivi distinti piuttosto che come un’unica struttura unitaria.

Furono le moderne tecniche sismiche a restituire finalmente un’immagine chiara dell’interno di questa porzione di crosta terrestre. Le onde vengono inviate lungo il fondale, si riflettono sui singoli strati rocciosi e tornano ai sensori. L’analisi dei ritardi e delle forme del segnale permette di ricostruire un modello tridimensionale delle antiche colate laviche.

Nel caso del Tamu Massif, si è scoperto che le stesse serie di rocce laviche si estendono ininterrottamente per distanze enormi: un segnale inequivocabile di un unico sistema magmatico integrato. Questa evidenza è difficile da conciliare con l’idea di tre vulcani indipendenti, ed è per questo che il team ha proposto una nuova lettura: tutto ciò che era stato suddiviso in tre parti è in realtà un’unica gigantesca struttura a scudo.

Cosa questo gigante ci racconta dell’interno della Terra

Una struttura di tali proporzioni non poteva nascere da poche eruzioni ordinarie. I ricercatori ipotizzano che sotto il Tamu Massif operasse in passato un “motore” magmatico di straordinaria potenza, alimentato dal calore del mantello terrestre. Episodi simili vengono spesso associati alle cosiddette grandi province magmatiche, periodi in cui quantità colossali di lava risalgono verso la superficie dal profondo della Terra.

Le grandi colate basaltiche continentali lasciano normalmente vasti mantelli di roccia e sono collegate a mutamenti climatici globali, nonché a estinzioni di massa. Il Tamu Massif rappresenta un fenomeno analogo, soltanto nascosto sotto le acque del Pacifico e conservato come un spesso strato di basalto nella crosta oceanica.

Comprendere come si è formato questo vulcano aiuta a decifrare la storia della Terra, dal lavoro del mantello alle reazioni dell’atmosfera e degli oceani di fronte a grandi episodi di vulcanismo. Ogni nuova perforazione o misurazione magnetica in quest’area può affinare la stima della velocità di accumulo della lava, della composizione del magma o delle condizioni del fondale 145 milioni di anni fa.

Cosa significa tutto questo per la ricerca futura

Il Tamu Massif è ormai inattivo, ma custodisce ancora enormi quantità di dati. Ogni nuova trivellazione o rilevazione magnetica può affinare la nostra conoscenza del ritmo di crescita lavica, della composizione del magma e delle condizioni del fondale di milioni di anni fa. Questo consente a sua volta una migliore calibrazione dei modelli climatici preistorici e delle simulazioni sul movimento delle placche tettoniche.

Per il lettore curioso, forse la cosa più affascinante è che una struttura così immensa oggi non ha praticamente alcun impatto diretto sulla vita umana: non è attiva, non genera tsunami e non fuma come l’Etna. Il suo ruolo è piuttosto quello di ricordarci quanto sia stato dinamico il nostro pianeta, e quanto lo sia ancora, anche se la maggior parte dei processi avviene in silenzio, nell’oscurità sotto chilometri d’acqua e decine di migliaia di metri di roccia.

Vale anche la pena notare che il Tamu Massif potrebbe non essere l’unico gigante del suo genere. Altre parti degli oceani mondiali sono ancora peggio esplorate. Se strutture simili si nascondessero nell’Atlantico o nelle profondità del Pacifico meridionale, la mappa geologica della Terra potrebbe cambiare in futuro in modo non meno drammatico di quanto accaduto dopo il riconoscimento di questo unico, straordinario colosso vulcanico. Forse là fuori attendono ancora altri giganti nascosti, pronti a essere scoperti.

Author

  • Avvocato e presidente dell'Unione Nazionale Consumatori, Massimiliano ha rivoluzionato il modo di fare divulgazione legale e consumeristica in Italia. Attraverso video brevissimi e molto dinamici sui social, svela i trucchi del marketing dei supermercati, insegna a leggere le etichette, evitare le truffe e risparmiare sulla spesa di tutti i giorni.

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