Perché alcuni centenari hanno una memoria così buona? I ricercatori studiano l’intestino

La risposta potrebbe non trovarsi nel cervello, ma nell’intestino

I ricercatori stanno ora collegando questo affascinante fenomeno ai batteri del tratto digestivo, più che al cervello stesso. Nuovi studi condotti sui topi dimostrano che il microbiota intestinale può sia accelerare che rallentare l’invecchiamento cerebrale.

Al centro dell’interesse ci sono un batterio specifico, uno stato infiammatorio e un nervo che collega l’intestino al centro della memoria nel cervello. Questa scoperta potrebbe cambiare radicalmente la nostra comprensione di come preservare le capacità cognitive fino a tarda età.

Ricercatori di molte istituzioni seguono individui straordinari

Da molti anni, studiosi provenienti da diverse istituzioni di ricerca seguono persone che vivono fino a cento anni o più, mantenendo capacità cognitive notevolmente acute. Mentre la maggior parte degli esseri umani sperimenta un progressivo declino della memoria con l’età, questi individui eccezionali riescono a conservare intatta la propria lucidità mentale.

Emerge ora che la chiave di questo fenomeno potrebbe risiedere non principalmente nel cervello, ma nella comunicazione tra il microbioma intestinale e il sistema nervoso. Gli esperimenti più recenti condotti su topi di laboratorio offrono prove sorprendenti su come i batteri intestinali influenzino la capacità di immagazzinare nuove informazioni.

Queste scoperte sono importanti per tutti noi. Man mano che l’aspettativa di vita media aumenta, cresce in parallelo il numero di persone con disturbi della memoria e demenza. Se si riuscisse a dimostrare che una modulazione del microbiota intestinale può migliorare le funzioni cognitive, si aprirebbe una strada completamente nuova nella prevenzione e nel trattamento dei problemi di memoria in età avanzata.

Come un topo giovane comincia a invecchiare a causa del suo compagno di gabbia

Un esperimento che ha attirato l’attenzione dei neurologi di tutto il mondo era, a prima vista, molto semplice. I ricercatori hanno preso topi giovani e sani e li hanno collocati in gabbie insieme a esemplari anziani. Gli animali hanno condiviso lettiera e cibo per quattro settimane.

Dopo questo periodo, il microbiota intestinale dei roditori giovani ha cominciato ad assomigliare alla flora batterica che caratterizzava i loro coinquilini più anziani. Il fatto è stato rilevato tramite analisi genetiche. L’aspetto più interessante, tuttavia, è emerso nei test comportamentali.

I topi giovani che avevano “acquisito” la flora intestinale degli anziani hanno iniziato a ottenere risultati nei test di memoria simili a quelli degli animali invecchiati. Nei labirinti che in precedenza percorrevano senza difficoltà, si perdevano ora con evidenza. Mostravano chiari problemi con la memoria spaziale, qualcosa che normalmente si osserva negli individui più anziani.

La cosa cruciale è che i ricercatori sono riusciti a invertire la situazione. I topi anziani collocati insieme a quelli giovani hanno ottenuto, dopo alcune settimane, un microbioma “ringiovanito”. E in effetti la loro memoria è migliorata, avvicinando i loro risultati ai livelli degli esemplari giovani.

Un batterio nel mirino: ecco come l’intestino “sabota” il cervello

Le analisi di sequenziamento del DNA hanno rivelato che un batterio specifico prolifera in modo significativo nei topi anziani: il Parabacteroides goldsteinii. È proprio questo microrganismo che i ricercatori considerano il principale indiziato.

Questo batterio produce grandi quantità di specifici acidi grassi a catena media. In eccesso, questi fungono da carburante per uno stato infiammatorio cronico nella parete intestinale. Questo processo innesca una cascata di eventi:

  • L’intestino inizia a emettere segnali infiammatori
  • Le cellule immunitarie locali producono, tra l’altro, interleuchina-6 e TNF-alfa
  • La reazione non si ferma al sistema digestivo, ma si “propaga” oltre
  • I marcatori infiammatori penetrano in altre parti del corpo
  • Il sistema nervoso inizia a reagire all’infiammazione cronica
  • La comunicazione tra intestino e cervello viene compromessa

Ricercatori di un gruppo della Stanford University hanno misurato alti livelli di questi marcatori infiammatori nel tessuto intestinale dei topi anziani. È emerso che questa tempesta immunitaria locale colpisce un intermediario inaspettato tra l’intestino e il cervello.

Le prime ipotesi secondo cui l’invecchiamento cerebrale fosse un processo puramente neurologico risultano quindi incomplete. Il microbiota intestinale svolge un ruolo attivo nel sostenere o nel compromettere le funzioni cognitive.

Il nervo vago: il silenzioso collegamento tra l’intestino e la memoria

Il nervo vago, spesso descritto come l’autostrada dei segnali tra intestino e cervello, svolge un ruolo chiave. Raccoglie informazioni dal tratto digestivo, le trasmette al tronco encefalico e da lì alle strutture come l’ippocampo, ovvero il centro per la formazione dei ricordi.

Quando l’intestino è colpito da uno stato infiammatorio, l’attività del nervo vago crolla drasticamente. Nei topi anziani, i ricercatori hanno registrato un calo del sessanta percento nei segnali elettrici di questo nervo rispetto agli esemplari giovani.

Un nervo vago indebolito ricorda una connessione internet degradata tra intestino e cervello: le informazioni continuano a scorrere, ma sono troppo deboli e distorte. Questo “silenzio” nella linea intestino-cervello colpisce direttamente l’ippocampo.

Studi elettrofisiologici hanno dimostrato che le sinapsi in questa parte del cervello perdono la capacità di rafforzare le proprie connessioni, il cosiddetto processo di potenziamento a lungo termine. Senza questo meccanismo, il processo di immagazzinamento delle nuove informazioni si deteriora quasi completamente. Neurotrasmettitori come l’acetilcolina e il glutammato smettono di funzionare in modo efficace.

Il taglio chirurgico del nervo ha indotto amnesia da invecchiamento

Per confermare che il dialogo interrotto tra intestino e cervello fosse il vero responsabile, il gruppo ha condotto un esperimento drastico. Su topi giovani e sani, hanno reciso chirurgicamente il nervo vago.

Il risultato? Gli animali hanno iniziato quasi immediatamente a comportarsi come topi anziani nei test di memoria. Ciò suggerisce con forza che, anche in assenza di un cervello “usurato”, il semplice blocco dei segnali provenienti dall’intestino può produrre un quadro simile ai disturbi cognitivi legati all’età.

Quando i ricercatori hanno invece somministrato a topi anziani un potente farmaco antinfiammatorio mirato ad agire nell’intestino, l’attività del nervo vago è parzialmente tornata e i risultati nei test di memoria sono migliorati. I composti utilizzati appartenevano alla categoria dei corticosteroidi, che inibiscono la produzione di citochine proinfiammatorie.

Questi esperimenti dimostrano un nesso causale diretto tra lo stato dell’intestino, la funzione del nervo vago e la capacità del cervello di formare e conservare i ricordi. Non si tratta di una semplice correlazione, ma di un autentico rapporto di causa ed effetto.

La “stimolazione” elettrica del nervo vago: tecnica antica, nuova applicazione

Il passo successivo è stato particolarmente interessante da una prospettiva della medicina umana. I ricercatori hanno impiantato miniaturizzati elettrodi nel nervo vago di topi anziani. Per tre settimane, ogni giorno, il nervo ha ricevuto delicati impulsi elettrici.

Dopo questa “allenamento”, la situazione è cambiata radicalmente. Gli animali più anziani hanno iniziato a superare i test di memoria spaziale a un livello paragonabile a quello di giovani adulti di due mesi. Nell’ippocampo è stata osservata una marcata crescita della plasticità sinaptica e una maggiore produzione di fattori che promuovono la sopravvivenza dei neuroni.

È interessante notare che gli analoghi del GLP-1 sono già utilizzati negli esseri umani, principalmente per il trattamento del diabete e dell’obesità. Agiscono sul sistema nervoso, incluso il nervo vago, e attenuano i processi infiammatori. Nei topi, tutti e tre gli approcci descritti hanno prodotto effetti molto simili: un miglioramento marcato delle funzioni cognitive.

La stimolazione del nervo vago tramite elettrodi impiantati è già utilizzata oggi in pazienti con epilessia grave farmacoresistente e in alcune forme di depressione. I ricercatori vedono in questo metodo uno strumento potenzialmente utile anche nella lotta contro il declino della memoria legato all’età.

Anche la memoria umana dipende dal microbiota?

I ricercatori sottolineano che, nonostante i risultati impressionanti, si parla ancora di un modello animale. Il microbiota umano è molto più complesso, individuale e sensibile alla dieta, ai farmaci e allo stile di vita. Questo rende difficile trasferire direttamente i risultati alla pratica clinica.

La stimolazione del nervo vago, peraltro, non è una novità in medicina. I medici la utilizzano da anni per l’epilessia grave e alcune forme di depressione. La novità è che i ricercatori considerano ora questo metodo come un potenziale strumento contro il declino della memoria legato all’invecchiamento.

I risultati suggeriscono che almeno una parte della perdita di memoria in età avanzata non dipende da un cervello “logorato”, ma da una comunicazione interrotta tra gli organi. È particolarmente degno di nota che persino i topi molto anziani abbiano risposto positivamente al trattamento.

Ciò significa che il sistema nervoso conserva la capacità di cambiare molto più a lungo di quanto molti di noi credano, e che i segnali provenienti dall’intestino possono sopprimere o attivare questa capacità. La neuroplasticità persiste quindi anche in età avanzata.

Cosa significa tutto questo per la persona comune?

Non esiste ancora un test semplice che, dopo un singolo esame del microbiota, possa indicare in che misura l’intestino influenzi la memoria di una determinata persona. Eppure la direzione è chiara: l’intestino sta diventando un tassello fondamentale nel puzzle della salute cerebrale.

Emergono domande pratiche: in che modo la dieta, gli antibiotici, i probiotici o gli stati infiammatori cronici dell’intestino influenzano il rischio di disturbi della memoria? Per quanto tempo bisogna convivere con un microbiota alterato prima che questo lasci tracce nell’ippocampo? Gli studi sull’uomo stanno lentamente prendendo avvio, ma le risposte sono ancora incomplete.

Per ora, i consigli ragionevoli sono quelli già frequentemente raccomandati in ambito intestinale: una dieta ricca di fibre, la limitazione degli alimenti ultra-processati, il controllo degli stati infiammatori del tratto digestivo e un uso cauto degli antibiotici. Alimenti come fiocchi d’avena, broccoli, pane integrale, yogurt, crauti e kefir possono contribuire positivamente.

Non si tratta di “pillole per la memoria”, ma di abitudini che migliorano lo stato del microbiota e che possono indirettamente ridurre il rischio di problemi cognitivi in età avanzata. Vale la pena rendersi conto di quanto strettamente connesso sia l’organismo come rete integrata. Dolori addominali, diarrea cronica, gonfiore frequente o infiammazioni intestinali ricorrenti non sono semplicemente un problema “locale” del sistema digestivo. Alla luce delle ricerche più recenti, sono segnali che nel tempo possono riflettersi nel modo in cui il cervello apprende e immagazzina informazioni. Prima i medici inizieranno a considerare intestino e cervello come un binomio inscindibile, maggiori saranno le possibilità di conservare una memoria acuta fino alla tarda età.

Author

  • Avvocato e presidente dell'Unione Nazionale Consumatori, Massimiliano ha rivoluzionato il modo di fare divulgazione legale e consumeristica in Italia. Attraverso video brevissimi e molto dinamici sui social, svela i trucchi del marketing dei supermercati, insegna a leggere le etichette, evitare le truffe e risparmiare sulla spesa di tutti i giorni.

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