Blue Origin prepara uno scudo contro gli asteroidi. La nuova proposta di missione per proteggere la Terra

La società spaziale di Jeff Bezos collabora con la NASA per neutralizzare la minaccia degli asteroidi

L’azienda spaziale privata di Jeff Bezos sta sviluppando un progetto chiamato NEO Hunter, in collaborazione con NASA e Caltech. Non si tratta dell’ennesimo viaggio turistico oltre l’atmosfera — l’obiettivo è costruire tecnologie capaci di deviare rocce spaziali pericolose in rotta di collisione con il nostro pianeta.

La difesa planetaria ha smesso da tempo di essere materiale da film catastrofici. Ora il settore privato entra davvero in gioco. Blue Origin, finora conosciuta soprattutto per i voli suborbitali e per lo sviluppo del razzo New Glenn, si appresta ad assumere un ruolo completamente inedito: guardiano della Terra.

Cosa testerà concretamente la missione NEO Hunter

La missione NEO Hunter dovrà sperimentare sul campo diversi metodi per alterare la traiettoria di oggetti pericolosi. Il progetto coinvolge sia la NASA che ricercatori di Caltech e del JPL, a conferma che il settore commerciale sta diventando un partner alla pari delle agenzie spaziali governative.

La motivazione è semplice: la minaccia degli asteroidi non viene più considerata fantascienza. Passaggi ravvicinati di oggetti tra la Terra e la Luna — insieme all’episodio del meteorite che ha sfondato il tetto di un’abitazione in Germania — ci ricordano che si tratta di un rischio reale e concreto.

Gli esperti sottolineano che al momento non esiste alcun oggetto noto con un’alta probabilità di collisione con la Terra nei prossimi anni. Tuttavia, mancano tecnologie testate su corpi celesti reali. È esattamente questo il vuoto che NEO Hunter intende colmare.

Come funziona la deriva cosmica degli asteroidi

La base della missione consiste nel conoscere a fondo il proprio obiettivo. La sonda NEO Hunter dispiegherà una serie di piccoli satelliti cubesat che si avvicineranno a un asteroide selezionato. Questi minisatelliti avranno compiti ben precisi:

  • misurare la massa e la densità del corpo celeste
  • analizzarne la composizione e la struttura interna
  • determinare con esattezza la velocità e il moto rotazionale
  • mappare le irregolarità superficiali
  • studiare le proprietà termiche del materiale

Per chi non è esperto del settore, tutto questo potrebbe sembrare marginale — ma il successo dell’intera operazione dipende proprio da questi dati. Un blocco metallico compatto reagisce in modo completamente diverso rispetto a un aggregato poroso e friabile. Scegliere la tecnica sbagliata potrebbe frammentare l’asteroide in più pezzi, che comunque finirebbero per cadere nelle vicinanze della Terra.

I ricercatori del JPL evidenziano che ogni asteroide è unico. Per esempio, l’asteroide Bennu, esplorato dalla sonda OSIRIS-REx, presentava una densità sorprendentemente bassa — e al momento del prelievo del campione, la superficie si rivelò molto più cedevole del previsto.

Il raggio ionico come arma principale contro le rocce spaziali

L’elemento più futuristico della missione è la tecnologia basata su un raggio ionico — una sorta di “brezza cosmica” capace di spingere gradualmente e in modo continuo un asteroide. La sonda dirige un flusso di particelle cariche verso l’oggetto, generando una pressione debolissima ma ininterrotta.

Questa idea si ispira alla missione DART della NASA, che nel 2022 colpì la luna dell’asteroide Dimorphos, modificandone l’orbita. Stavolta, però, non si tratta di un impatto singolo, bensì di una “spinta” prolungata e precisa. Il raggio ionico permetterebbe di correggere la rotta con abbastanza anticipo da rendere superflui gli scenari estremi tipici dei film catastrofici.

Se la minaccia viene individuata per tempo, anche una forza minima applicata in modo costante sarà sufficiente a far mancare la Terra all’asteroide di centinaia di migliaia di chilometri, nel corso degli anni. Questa tecnologia è in sviluppo anche presso l’Agenzia Spaziale Europea ESA nell’ambito del programma Hera.

Ricercatori dell’Università di Cambridge hanno calcolato che una pressione equivalente al peso di una mela grande sarebbe sufficiente a deviare un asteroide del diametro di 300 metri — a patto che venga applicata in modo continuo per dieci anni. La chiave è proprio il tempo: prima si inizia ad agire, minore è la forza necessaria.

Il piano di riserva: ariete cosmico a 36.000 km/h

I creatori della missione ammettono apertamente che non tutti gli asteroidi possono essere “soffiati via” da un raggio ionico. Per oggetti molto grandi o in arrivo in tempi troppo stretti, NEO Hunter prevede uno scenario alternativo chiamato Robust Kinetic Disruption.

In questa variante, la sonda diventa un ariete spaziale. Viene messa in rotta di collisione diretta e colpisce l’asteroide a una velocità di circa 36.370 chilometri all’ora. L’energia sprigionata da un simile impatto dovrebbe essere sufficiente a modificare sensibilmente la direzione di volo del corpo celeste.

L’intero evento verrà documentato da un piccolo satellite chiamato Slamcam, lanciato poco prima della collisione. I suoi compiti includono:

  • registrare l’esatto momento dell’impatto
  • misurare la quantità di materiale espulso
  • analizzare la direzione e la velocità dei frammenti
  • documentare la variazione nell’orbita dell’asteroide
  • monitorare un’eventuale rotazione del corpo celeste dopo l’impatto
  • fornire documentazione fotografica per le ricerche future

I dati raccolti da un’operazione del genere sono preziosi per la comunità scientifica. Permettono di valutare quando l’impatto diretto è una scelta sicura e quando invece il rischio di generare una nube di frammenti pericolosi diventa troppo elevato. L’esperienza accumulata dalla missione DART verrebbe così estesa a una piattaforma commerciale più complessa, chiamata Blue Ring.

La dottoressa Nancy Chabot della Johns Hopkins University, che ha guidato la missione DART, spiega che l’impatto cinetico funziona meglio con asteroidi composti da materiale monolitico solido. Con corpi più porosi e aggregati, il risultato può sorprendere negativamente: l’energia dell’impatto si disperde nella struttura interna invece di modificare la traiettoria.

Perché la difesa planetaria decolla proprio adesso

Gli astronomi portano avanti da anni programmi di catalogazione degli oggetti vicini alla Terra, i cosiddetti NEO. Un traguardo importante è stato raggiunto: oggi conosciamo quasi tutti gli asteroidi di grandi dimensioni che potrebbero potenzialmente minacciare la civiltà. Ma quelli più piccoli — comunque pericolosi — possono ancora sorprenderci. Basta ricordare l’esplosione sopra Chelyabinsk nel 2013.

Attualmente non esiste nessun oggetto noto con un’elevata probabilità di colpire la Terra nei prossimi anni. Il problema è un altro: senza tecnologie testate su oggetti reali, anche la mappatura più accurata di una minaccia non garantisce una risposta efficace. NEO Hunter punta a colmare il divario tra il rilevamento del pericolo e un arsenale concreto di strumenti pronti all’uso quando il conto alla rovescia inizia.

Ogni missione di questo tipo costruisce inoltre fiducia nell’opinione pubblica. Invece di alimentare allarmismo con catastrofi ipotetiche, le agenzie spaziali possono presentare una lista concreta di procedure reali — dall’osservazione alla valutazione del rischio, fino alla scelta del metodo specifico per deviare un asteroide.

I ricercatori dell’osservatorio Pan-STARRS alle Hawaii scoprono ogni anno circa 300 nuovi asteroidi vicini alla Terra. La maggior parte sono piccoli, ma anche un oggetto dal diametro di soli 50 metri sarebbe in grado di causare una catastrofe regionale se dovesse impattare la superficie terrestre.

Il puzzle globale: chi altro lavora alla protezione del pianeta

Blue Origin non agisce nel vuoto. La NASA dispone di un ufficio dedicato, il Planetary Defense Coordination Office, che coordina le osservazioni, la collaborazione con gli osservatori di tutto il mondo e i piani di risposta per i diversi scenari di minaccia.

L’ESA europea sviluppa programmi di sorveglianza e missioni proprie per studiare gli effetti degli impatti con gli asteroidi. Parallelamente viene costruita un’infrastruttura ottica e radar per individuare il maggior numero possibile di piccoli corpi celesti con il massimo anticipo.

In questo contesto, il progetto di Blue Origin si distingue per alcune caratteristiche specifiche:

  • si basa sulla piattaforma commerciale Blue Ring, già prevista per altri impieghi come le comunicazioni con Marte
  • fin dall’inizio prevede il test di più tecniche di deviazione diverse, non un singolo esperimento
  • si inserisce nella tendenza che vede le aziende private diventare operatori di servizi di sicurezza nello spazio
  • trae vantaggio dalle esperienze maturate con progetti precedenti come New Shepard

Per il mercato spaziale si tratta di un segnale importante: la difesa planetaria potrebbe diventare in futuro un segmento di business autonomo, con contratti governativi e gare internazionali. Aziende come SpaceX, Rocket Lab e Relativity Space hanno già manifestato interesse per progetti analoghi.

L’agenzia spaziale giapponese JAXA ha completato con successo la missione Hayabusa2, riportando sulla Terra campioni prelevati dall’asteroide Ryugu. Le competenze acquisite in materia di navigazione e operazioni ravvicinate con piccoli corpi celesti rappresentano un patrimonio prezioso per le future missioni di difesa.

Cosa significa concretamente questa missione per il cittadino comune

Dal punto di vista di una persona qualunque, una missione del genere può sembrare lontana dalla quotidianità. Un asteroide che potrebbe mancare la Terra di qualche centinaio di migliaia di chilometri nel 2040 o nel 2050 non suscita le stesse emozioni di una crisi economica o di un’elezione. Eppure vale la pena considerarla come una polizza assicurativa per la civiltà.

Il rischio di un impatto grave nell’arco di una singola vita umana è basso — ma su scala millenaria diventa molto concreto. Per la prima volta nella storia, l’umanità dispone degli strumenti per non affidarsi soltanto alla fortuna. Solo pochi decenni fa saremmo stati nella stessa situazione dei dinosauri: spettatori impotenti di fronte a un oggetto in arrivo, senza alcuna possibilità di reagire.

Missioni come NEO Hunter costruiscono una sorta di kit di emergenza: raccolgono dati, testano tecnologie e allenano la cooperazione tra agenzie spaziali e aziende private. Un giorno, questo kit potrebbe fare la differenza tra una catastrofe globale e uno scampato pericolo. Non è forse questa la domanda per cui vale la pena farsi trovare pronti?

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  • Avvocato e presidente dell'Unione Nazionale Consumatori, Massimiliano ha rivoluzionato il modo di fare divulgazione legale e consumeristica in Italia. Attraverso video brevissimi e molto dinamici sui social, svela i trucchi del marketing dei supermercati, insegna a leggere le etichette, evitare le truffe e risparmiare sulla spesa di tutti i giorni.

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